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DARIO PICARIELLO

L’acqua le bagna come il vento le calpesta

Opening 11 Settembre 2021 - h. 16:00 / 21:00

14 settembre – 18 novembre 2021

Testo critico di Eugenio Viola

Datio Picariello, Fior di Melarancio, 2021, stampa fotografica su carta Hahnemühle 200g, 2

LABS Contemporary art è lieta di presentare, sabato 11 settembre, L’acqua le bagna come il vento le calpesta, personale dell’artista Dario Picariello. In mostra verranno presentate tre grandi installazioni inedite dalla serie Cicli, produzione avviata nel 2020 che prende spunto dalle tradizioni dei canti popolari meridionali. Il percorso della mostra è accompagnato da un testo critico di Eugenio Viola, Capo-curatore del Museo de Arte Moderno de Bogotá – MAMBO, Colombia.

 

Gli interventi installativi, realizzati con diversi materiali e tecniche, sono messi in mostra grazie all’impiego di attrezzatura del backstage fotografico, come ombrelli o stativi. L’attenzione è rivolta al medium fotografico, ponte di unione tra il passato e presente: le immagini fotografiche vengono modificate digitalmente, trasferite con acidi su tessuti oppure stampate su carta blueback fatta a striscioline, per essere poi utilizzata per ricamare parole, secondo pattern decorativi di abiti cerimoniali o immagini naturali.

 

I canti selezionati per questa occasione hanno origini e periodi differenti; ad intrecciarli il tema comune della violenza, sia essa fisica, verbale o psicologica. Ogni opera racconta una difficile problematica, presentata attraverso brevi versi intrecciati su tessuti.

 

Il primo lavoro, Cinquantaquattro, riprende un canto tradizionale orale dell’Alto Jonio Cosentino per mostrare le difficili condizioni di lavoro dei braccianti nei campi. Il lavoratore, disposto a sottoporsi a dure fatiche, pur di non perdere la propria occupazione, unica fonte di sostentamento per tutta la sua famiglia, crea un rapporto di “dipendenza” con il proprietario terriero. Fenomeno tutt’oggi riscontrabile e di cui spesso sono protagoniste le classi subalterne, costrette ad accettare ogni sorta di sopruso pur di non perdere il proprio lavoro o incorrere nella pubblica umiliazione.

L’opera intitolata Le buone misure riprende i versi di A Partannisa, canto di ragazze nella raccolta delle olive, antichissima canzone popolare siciliana. Un appello di una ragazza che prega la mamma di non mandarla al mulino per non sottostare agli abusi del mugnaio.

La terza installazione, infine, mette in scena una relazione amorosa mai consumata e giunta a un capolinea. Echeggiano nell’aria i versi di Strambellate, stornello cantato in prima persona:

 

“non mi mandà più baci per la posta

che per la strada perdono il sapore

se tu me li voi dare dammegli in bocca

così si proverà cos’è l’amore [...]”

 

La mostra si conclude con l’esposizione di due fotografie esposte come una sorta di polittico. Le immagini presentate sono il risultato di un procedimento digitale: la fotografia viene letta da un software non adatto a codificarne il formato digitale originale, producendo un errore, o glitch. L’immagine ottenuta viene stampata a contatto su carta, restituendoci apparizioni che si collocano in una spazialità indefinita e vibrante.

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